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1. IL Tartufo del Molise



IL Tartufo del Molise


La regione Molise è in assoluto una delle regioni d’Italia dove si produce il miglior tartufo presente sul mercato nazionale e internazionale. Il tartufo bianco molisano è il Tuber Magnatum Pico, cioè il tartufo bianco pregiato, il miglior tartufo esistente.

Utilizzo

Il tartufo bianco deve essere consumato fresco e crudo affettato finemente su pasta, riso, carne, uova, bruschette e altre pietanze. Il tartufo bianco ha un odore e un sapore inconfondibile che dona ad ogni piatto, anche il più semplice, un gusto magnifico che bisogna provare almeno una volta nella propria vita.

Conservazione

Il tartufo bianco deve essere preferibilmente consumato fresco e crudo, se ciò non fosse possibile è buona norma tenerlo in frigorifero avvolto in carta da cucina assorbente o carta del pane chiuso in un barattolo di vetro, il tartufo in questo caso può anche non esser lavato ,cambiare la carta dopo alcuni giorni aiuta a tenere il tartufo asciutto. Dopo aver pulito con attenzione i tuberi gli stessi possono essere conservati immersi in riso crudo il quale potrà essere utilizzato in seguito per preparare un buon risotto.

Alcuni conservano il tartufo bianco interno precedentemente pulito, in vetro sott’olio il quale, pronto all’uso è utilizzabile in qualsiasi occasione, inoltre il tartufo fresco pulito e affettato finemente può essere mischiato con il burro fino a creare una crema da riporre in vetro in congelatore, utilizzabile su risotti, bruschette, e pasta in genere.

In generale il tartufo deve essere consumato fresco quindi i metodi di conservazione sopra elencati permettono una conservazione del tartufo più o meno lunga da 5 a 7 giorni, se surgelato anche più di un mese.

2. I Tratturi nel Molise



I Tratturi nel Molise


Il Molise situato geograficamente al centro tra l'Abruzzo e la Puglia, viene identificato come punto cardine di sviluppo e collegamento dell'attività transumante italiana.
Durante il periodo di ''demonticazione'' le greggi di pecore partivano dall'Abruzzo, passavano sui tratturi molisani e svernavano nel tavoliere delle Puglie; viceversa durante il periodo di'' monticazione'', partivano dal Tavoliere delle Puglie, attraversavano il suolo molisano, per passare il periodo estivo sui monti abruzzesi.
Questo denota l'importanza fondamentale che il Molise ha rivestito nel panorama della transumanza.
Sul suolo molisano sono presenti numerosi tratturi, tratturelli, bracci, riposi e taverne, e numerose, sono anche le testimonianze di capanne, villaggi e strutture architettoniche, legate alla transumanza.
La regione Molise, a differenza delle altre quattro regioni coinvolte nella transumanza,dove le ''piste erbose'' sono completamente scomparse a favore di attività agricole industriali, presenta, per numerosi chilometri, tratturi in ottimo stato di conservazione dove il pascolo di pecore, mucche e capre, viene ancora periodicamente effettuato.


I tratturi, tratturelli e bracci maggiori presenti sul suolo molisano sono:
  • tratturo Celano - Foggia (84 Km): attraversa i comuni di San Pietro Avellana, Vastigirardi, Carovilli, Agnone, Pescolanciano, Pietrabbondante, Civitanova del Sannio, Bagnoli del Trigno, Salcito, Trivento, Lucito, Morrone del Sannio, Ripabottoni, Sant'elia a Pianisi, San Giuliano di Puglia.
    Questo tratturo è caratterizzato da una marcata presenza di praterie (33%) e seminativi (31%) e da intersezioni boschive pari al 13%.
    Il tratturo Celano - Foggia è caratterizzato da uno stato di conservazione buono che, per il 17% tende all'ottimo e solo l'otto % è andato perso a causa della costruzione di case, strade e al passaggio di fiumi.
  • tratturo Castel di Sangro - Lucera (79 Km): attraversa i comuni di Rionero Sannitico, Forli del Sannio, Roccasicura, Carovilli, Pescolanciano, Chiauci, Civitanova del Sannio, Duronia, Molise, Torella del Sannio, Castropignano, Oratino, Campobasso, Ripalimosani, Campodipietra, Toro, Pietracatella e Gambatesa.
    Il suo stato di consebuono stato di conservazione è buono, per il 26% tende all'ottimo e circa il 14% è andato perso, a causa della costruzione di case, strade e al passaggio di fiumi;
  • tratturo Pescasseroli - Candela (70 Km): attraversa i comuni di Rionero Sannitico, Forli del Sannio, Isernia, Pettoranello del Molise, Castelpetroso,, Santa Maria del Molise, Cantalupo del Sannio, San Massimo, Bojano, San Polo Matese, Campochiaro, Guardiaregia e Sepino.
    Ha uno stato di conservazione buono, per il 35% tende all'ottimo e il 14 % è andato perso a causa della costruzione di case, strade e al passaggio di fiumi;
  • tratturo L'Aquila - Foggia(44 Km): (totalmente scomparso) attraversa i comuni di Campomarino, Guglionesi, Montenero di Bisaccia, Petacciato, Portocannone, San Giacomo degli Schiavoni, San Martino in Pensilis e Termoli.
    Il suolo di tale tratturo è caratterizzato quasi nella sua totalità, da suolo agricolo e difficilmente lungo il suo tragitto sono presenti segni di prateria;
  • tratturo Centurelle - Montesecco (40 Km): (totalmente scomparso) attraversa i comuni di Gambatesa, Larino, Montecilfonte, Montenero di Bisaccia e San Martino in Pensilis.
    Il suolo del tratturo Centurelle - Montesecco è quasi completamente agricolo e difficilmente lungo il suo tragitto è possibile scorgere segni di prateria.
  • tratturello Pescolanciano - Sprondasino (40 Km): (totalmente scomparso) attraversa i comuni di Castel del Giudice, Capracotta, Agnone, Poggio Sannita e Civitanova del Sannio;
  • tratturello Ururi - Serracariola (11Km): (totalmente scomparso) attraversa i comuni di Ururi, San Martino in Pensilis e Rotello;
  • braccio Cortile - Matese (15 Km): (totalmente scomparso) attraversa i comuni di Vinchiaturo, Campobasso, Campochiaro, Baranello, Busso e Ferrazzano;
  • braccio Cortile - Centocelle(15 Km): (totalmente scomparso) attraversa i comuni di Campobasso, Matrice, Campolieto, Monacilioni, Ripabottoni e Sant'Elia a Pianisi.


Tratto da: UniMol 'LA RETE DEI TRATTURI IN MOLISE: ANALISI DELLO STATO DI CONSERVAZIONE E PROPOSTE DI RECUPERO E VALORIZZAZIONE'

3. Il Paleolitico di Isernia



Il Paleolitico di Isernia



Il giacimento Paleolitico di “Isernia La Pineta” fu scoperto durante i lavori di sbancamento per la costruzione della superstrada Napoli-Vasto.

E’ da allora che specialisti di diverse università italiane e straniere, sotto il coordinamento scientifico del Prof. Carlo Peretto dell’Università di Ferrara, hanno effettuato scavi, rilievi, restauri, datazioni consentendo l’acquisizione di un primo importante bagaglio di conoscenze sul sito paleolitico di Isernia, che per quantità e qualità di testimonianze ed informazioni è uno dei più prestigiosi documenti sulla vita dei nostri progenitori.

Isernia, circa 700.000 anni fa.
Il bacino sul quale sorge attualmente la cittadina di origine sannita, nel cuore delle formazioni montuose dell’Appennino, è sede di un piccolo invaso lacustre, alimentato dal fiume Carpino e da grosse sorgenti responsabili dell’origine di potenti formazioni di travertino.
Nelle savane erbose, lungo le rive,  in uno scenario esotico, oltre a bisonti, elefanti ed ippopotami vivono anche gli uomini paleolitici di Isernia, cacciatori, raccoglitori di vegetali di crescita spontanea, nomadi o semi nomadi.

Si tratta dell’homo erectus, il primo che raggiunge l’Eurasia dall’Africa intorno ad un milione e mezzo di anni fa, in possesso di importanti facoltà mentali e di un elevato grado di cooperazione sociale nell’ambito del gruppo.
Questi uomini non hanno ancora l’usanza di seppellire i morti, non conoscono l’agricoltura o l’allevamento, e sono organizzati in piccole bande di tipo familiare, composte probabilmente da non più di 15-20 individui.
Si tratta verosimilmente di società di tipo patriarcale, con una precisa divisione dei compiti su basi sessuali: le donne sono responsabili della raccolta dei vegetali e gli uomini dell’esercizio della caccia.
Le prede preferite sono i bisonti ma gli uomini di Isernia non disdegnano certe altre faune come gli elefanti, i rinoceronti, gli orsi, i megaceri, gli ippopotami ed i cinghiali.
Tutti animali di cui oggi, nel giacimento, ritroviamo ponderosi accumuli di ossa.
Quelle di bisonte, dopo essere state spolpate vengono intenzionalmente fratturate per l’estrazione del nutriente midollo.


Lungo le coste del lago e del fiume abbondano lastrine di selce, provenienti dal disfacimento della formazione dei “diaspri varicolori”, fra Pesche e Carpinone, che vengono scheggiate per la fabbricazione degli strumenti.
Le affilate schegge prodotte con lastrina di selce lunga una decina di centimetri sono sufficienti per macellare un intero bisonte.

Non si può stabilire con certezza per quanto tempo questi cacciatori si siano fermati nella località “La Pineta”, quanti fossero e che tipo di attività abbiano praticato.

Manufatti litici ed ossa di prede cacciate si estendono  su superfici particolarmente estese di diverse decine di migliaia di metri quadrati.
Che potesse trattarsi di gruppi assai numerosi è altamente improbabile, così come è improbabile che si siano fermati per periodi prolungati o addirittura permanentemente nello stesso sito.

La spiegazione che oggi sembra più ragionevole è che siano ritornati ciclicamente, a più riprese, nella stessa area che, per ragioni legate all’approvvigionamento delle materie prime e dell’acqua e, forse, per particolari aspetti delle strategie venatorie, doveva presentare particolari vantaggi.

Una prova evidente che sono tornati in più circostanze sullo stesso sito la troviamo senz’altro nella distribuzione verticale delle testimonianze: le fasi del popolamento paleolitico dell’area sono documentate da una successione stratigrafica di almeno quattro orizzonti antropici.
I paleolitici si insediano una prima volta sulla grossa bancata di travertino, abbandonando numerosissimi manufatti ricavati da selce, da calcare ed  i resti osteologici delle prede.

Un'esondazione del fiume ricopre queste prime testimonianze con una spessa coltre di limo di origine lacustre.
Al di sopra del limo, i preistorici tornano presto ad insediarsi, lasciando altre tracce del loro passaggio.
Questa volta è una colata di fango vulcanico a ricoprire tutto, sigillando i preziosi reperti e preservandoli dalla distruzione.
I cristalli di sanidino e di biotite presenti in questi sedimenti di origine vulcanica possono essere datati col metodo Potassio/Argon, indicando un'età di 736.000 anni +/- 40.000.
I preistorici tornano una terza volta nell'area, insediandosi al di sopra dei sedimenti vulcanici, abbandonando numerosi manufatti litici, ricavati da selce e da calcare e da alcuni resti osteologici di dimensioni per lo più ridotte.
Ancora una volta le testimonianze vengono sigillate dall'accumulo di nuovi sedimenti di origine fluviale.
Una quarta fase del popolamento della zona è documentata nell'area più meridionale del giacimento e si presenta caratterizzata da una fortissima concentrazione di manufatti, ricavati esclusivamente da selce e da scarsi resti osteologici di piccole dimensioni.
Quest'ultimo gruppo di testimonianze si è rilavato di un interesse particolare, sia per la probabile presenza di tracce dell'uso del fuoco (le più antiche finora documentate al mondo), sia per l' eccezionale affidabilità delle condizioni di giacitura dei reperti, che non sembrano aver subito nessun fenomeno di disturbo ''postdeposizionale'': sono di aspetto freschissimo, fortemente concentrati in un'area delimitata e rimontano spesso fra di loro.
Non è semplice stabilire precisamente quale intervallo di tempo sia intercorso fra le quattro diverse fasi del popolamento paleolitico della zona: le caratteristiche dei sedimenti che vi si interpongono, che possono essersi accumulati anche in tempi rapidissimi, la costante presenza degli stessi tipi di faune e le forti analogie che caratterizzano i quattro gruppi di manufatti litici, lasciano pensare che si sia trattato di tempi particolarmente brevi (il che potrebbe significare da qualche mese a qualche secolo).



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