Siamo abituati a definire il Molise una regione piccola, quasi invisibile. Ma quanto di questa immagine dipende dalle sue dimensioni e quanto, invece, dal modo in cui noi stessi abbiamo imparato a raccontarlo?
Immaginiamo per un momento che il Molise non esista più. Niente Campobasso, niente Isernia, niente borghi sulle montagne, niente costa molisana. L'Italia continuerebbe a vivere, certamente. Ma sarebbe ancora esattamente la stessa Italia?
Quando visitiamo un paese del Molise, cosa fotografiamo? Quasi sempre la chiesa principale, il castello, una piazza caratteristica, un panorama sulle montagne oppure un vicolo particolarmente suggestivo. Cerchiamo ciò che è bello, antico, famoso o comunque capace di attirare l'attenzione. Ma esiste un altro Molise che raramente entra nelle nostre fotografie. È quello delle fermate degli autobus, dei piccoli negozi, delle panchine consumate, dei garage aperti, dei cortili, delle strade secondarie e delle case dove qualcuno continua a vivere ogni giorno.
Si può cambiare città, lavoro e perfino continente, ma ci sono radici che nessuna distanza riesce a cancellare.
Il Molise ha il mare, le montagne, i boschi, i laghi, i castelli, i siti archeologici, piccoli borghi antichi e una cucina legata ancora fortemente al territorio. Eppure, quando si parla delle grandi destinazioni turistiche italiane, difficilmente il suo nome compare tra i primi. Perché?
Tra montagne, foreste e piccoli borghi, il Molise custodisce una ricchezza naturale che spesso conosciamo soltanto attraverso racconti, impronte e incontri inaspettati.
Case chiuse, strade silenziose e giovani che partono. Ma se proprio i piccoli borghi molisani diventassero una risorsa per costruire un futuro diverso?
Chi attraversa il Molise prima o poi se ne accorge: quasi ogni altura sembra avere un castello, una torre, un palazzo fortificato o almeno i resti di antiche mura. Alcuni dominano ancora interi paesi, altri sono diventati eleganti residenze, altri ancora sopravvivono soltanto attraverso poche pietre nascoste dalla vegetazione. Viene spontaneo chiedersi: perché una regione così piccola possiede così tante fortificazioni?
Quando pensiamo alla storia antica del Molise, è facile partire dai Romani. Isernia diventa Aesernia, Sepino diventa Saepinum, Larino era Larinum. Ma facendo così saltiamo una parte fondamentale della storia: quando Roma arrivò, queste montagne non erano affatto vuote.
In Molise può capitare una cosa curiosa: percorri dieci o quindici chilometri, arrivi nel paese vicino e improvvisamente senti parlare in modo diverso. Cambia una parola, cambia una vocale, cambia l'accento e qualche volta cambia perfino il modo di costruire una frase. Eppure siamo sempre nella stessa regione e, spesso, nella stessa provincia.
Guardiamo la mappa: 30 chilometri. Niente di preoccupante. In molte zone d'Italia possono significare venti o trenta minuti di automobile. In Molise, invece, prima di partire viene quasi spontaneo chiedersi: «Sì, ma quale strada dobbiamo fare?»
Chi attraversa il Molise se ne accorge quasi subito: i paesi sono dappertutto, le città molto meno. Basta percorrere una strada interna per vedere borghi appoggiati sulle colline, centri abitati sulle montagne, piccoli gruppi di case che sembrano osservare la valle dall'alto. Poi si continua per chilometri tra boschi, campi e pascoli prima di incontrare un altro paese.
Possiamo trascorrere un'intera giornata senza incontrare nessuno e stare benissimo. Possiamo anche trovarci in una stanza piena di persone, parlare, sorridere, magari partecipare a una festa, e sentirci terribilmente soli. Sembra una contraddizione, eppure capita molto più spesso di quanto immaginiamo.
La tecnologia nasce quasi sempre con una promessa molto semplice: farci risparmiare tempo, fatica e problemi. E bisogna riconoscere che, nella maggior parte dei casi, mantiene la promessa. Oggi possiamo parlare con una persona dall'altra parte del mondo, pagare una bolletta senza uscire di casa, trovare una strada senza fermarci a chiedere indicazioni, comprare un biglietto in pochi minuti e avere a disposizione una quantità enorme di informazioni.
Una volta si diceva: “Che pace, finalmente un po’ di silenzio.” Oggi, invece, quando tutto tace, dopo pochi minuti viene quasi spontaneo cercare qualcosa da accendere. La televisione, la radio, il telefonino, un video, della musica. Qualunque cosa, purché faccia rumore.
Ci capita continuamente: entriamo in una stanza e improvvisamente non ricordiamo più perché siamo lì. Cerchiamo le chiavi che avevamo in mano pochi minuti prima, dimentichiamo un appuntamento importante, un nome appena ascoltato o qualcosa che dovevamo assolutamente comprare. Eppure siamo perfettamente capaci di ricordare una canzone ascoltata quarant'anni fa, una battuta stupida detta da un amico o il colore della bicicletta che avevamo da bambini.<
Una volta ci si alzava dal divano per cambiare canale. Oggi, se il telecomando è dall'altra parte della stanza, per qualche secondo valutiamo seriamente se il programma che stiamo guardando non sia poi così brutto. Sembra una battuta, ma racconta abbastanza bene quanto sia cambiato il nostro rapporto con la comodità.
Ventiquattro ore senza messaggi, notifiche, mappe, social e ricerche immediate. Sarebbe finalmente una giornata libera oppure ci sentiremmo improvvisamente tagliati fuori dal mondo?
Corriamo per arrivare prima, mangiamo velocemente, rispondiamo subito, facciamo due cose contemporaneamente. Ma tutto il tempo che crediamo di risparmiare… dove finisce?
Abbiamo una casa, un telefono che fa praticamente tutto, un frigorifero pieno, centinaia di canali televisivi, Internet, automobili comode e perfino un apparecchio che ci dice quanti passi abbiamo fatto. Eppure basta guardarci intorno per accorgerci di una cosa curiosa: sembriamo sempre alla ricerca di qualcosa che ci manca.
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