Favole e racconti: la fantasia va stuzzicata per non morire di apatia
Quando abbiamo smesso di inventare storie?
Da bambini bastava poco. Una scatola diventava un castello, un bastone si trasformava in una spada, una coperta era una tenda nel deserto e un vecchio albero poteva nascondere l'ingresso di un regno misterioso.
Non avevamo bisogno di effetti speciali, computer o intelligenza artificiale. Bastava chiudere gli occhi e immaginare.
Poi siamo cresciuti.
Abbiamo imparato a lavorare, pagare le bollette, rispettare gli appuntamenti, affrontare problemi e assumere responsabilità. Tutte cose necessarie, naturalmente.
Ma lungo questa strada abbiamo spesso dimenticato qualcosa di altrettanto importante: la capacità di inventare ciò che non esiste.
Ci siamo convinti che le favole appartengano ai bambini, che fantasticare sia una perdita di tempo e che una persona adulta debba occuparsi esclusivamente di cose concrete.
E se fosse proprio questo uno dei nostri errori più grandi?
La fantasia non è il contrario della realtà
Quando parliamo di fantasia, qualcuno immagina immediatamente draghi, fate, castelli incantati e viaggi impossibili.
Ma la fantasia è molto di più.
È la capacità di guardare una cosa normale e domandarsi: «E se fosse diversa?»
È osservare una casa abbandonata e immaginare le persone che l'hanno abitata. È attraversare un antico borgo e chiedersi come fosse la vita trecento anni fa. È guardare le stelle e immaginare che, da qualche parte nell'universo, qualcuno stia facendo esattamente la stessa cosa.
La fantasia non ci allontana necessariamente dalla realtà. A volte ci aiuta a comprenderla meglio.
Molte invenzioni sono nate proprio da un'idea che, inizialmente, sembrava impossibile. Prima di costruire qualcosa, qualcuno deve riuscire a immaginarla.
Un aereo, un telefono, un viaggio nello spazio: prima di diventare realtà sono stati anche sogni, ipotesi e racconti.
Naturalmente non tutto ciò che immaginiamo diventerà possibile. Ma senza immaginazione rischieremmo di limitarci a ripetere quello che già conosciamo.
Il vero pericolo non è la vecchiaia, ma l'apatia
Con il passare degli anni cambiano le abitudini, diminuiscono alcune energie e spesso le giornate cominciano ad assomigliarsi.
Ci si alza alla stessa ora, si percorrono le stesse strade, si guardano gli stessi programmi e si ripetono le stesse conversazioni.
Non c'è nulla di sbagliato nell'avere una routine. Le abitudini possono dare tranquillità e sicurezza.
Il problema nasce quando non proviamo più curiosità.
Quando non abbiamo più voglia di scoprire qualcosa, imparare una cosa nuova, ascoltare una storia o inventarne una.
L'apatia non è semplicemente la mancanza di attività. È anche la perdita dell'interesse verso ciò che ci circonda.
Una persona può trascorrere un'intera giornata impegnatissima e sentirsi comunque vuota. Un'altra può restare seduta su una panchina, osservare il paesaggio e immaginare un mondo intero.
La differenza non è sempre nel numero delle cose che facciamo, ma nel modo in cui partecipiamo alla vita.
La fantasia non è una cura universale contro l'apatia, che può avere anche cause psicologiche o mediche. Può però essere uno degli strumenti con cui alimentare curiosità, creatività e coinvolgimento.
Perché le favole non dovrebbero avere un'età
Chi ha deciso che le favole siano destinate esclusivamente ai bambini?
Forse perché da piccoli crediamo più facilmente all'impossibile, mentre da adulti pretendiamo una spiegazione per ogni cosa.
Eppure molte delle storie più importanti dell'umanità sono nate proprio per gli adulti.
Le leggende raccontavano le paure dei popoli. I miti cercavano di spiegare il mondo. Le fiabe tramandavano insegnamenti, desideri, ingiustizie e speranze.
Dietro un re cattivo poteva nascondersi la prepotenza del potere. Dietro un bosco oscuro, la paura dell'ignoto. Dietro un viaggio impossibile, il desiderio di cambiare la propria esistenza.
Una favola può parlare di amicizia, solitudine, amore, tradimento, coraggio e giustizia senza trasformarsi in una lezione.
Può farci sorridere e, poche righe dopo, costringerci a riflettere.
E soprattutto ci concede una libertà straordinaria: per qualche minuto possiamo vivere una vita diversa dalla nostra.
Il Molise: un territorio che sembra fatto per raccontare
Prendiamo il Molise.
Quanti racconti potrebbero nascere semplicemente osservando i suoi paesi?
Immaginiamo di passeggiare per un vicolo di Agnone e incontrare un artigiano del Settecento. Oppure di entrare in un castello di Carpinone e ritrovarci improvvisamente nel Medioevo.
E se una vecchia fontana di un paese molisano custodisse un segreto dimenticato da secoli?
E se una pietra, apparentemente insignificante, fosse capace di farci attraversare il tempo?
Naturalmente sono invenzioni.
Ma proprio attraverso queste invenzioni possiamo riscoprire luoghi reali, personaggi storici, tradizioni, mestieri e avvenimenti che altrimenti rischieremmo di dimenticare.
La fantasia diventa così un ponte tra passato e presente.
Un racconto ambientato in un piccolo paese può incuriosire qualcuno al punto da spingerlo a visitarlo, studiarne la storia o chiedere ai propri nonni come si viveva una volta.
Una storia inventata può persino risvegliare l'interesse per una storia vera.
Scrivere racconti significa vivere più di una vita
Chi scrive una storia conosce una sensazione particolare.
All'inizio c'è soltanto un'idea, magari confusa. Un personaggio, un luogo, una frase.
Poi, lentamente, tutto comincia a prendere forma.
Quel personaggio acquista un carattere. Comincia a parlare, a prendere decisioni, a commettere errori. Altri personaggi entrano nella sua vita e la storia segue strade che, qualche volta, nemmeno l'autore aveva previsto.
Può sembrare strano, ma capita di affezionarsi a persone che non esistono.
Ci si domanda che cosa faranno domani, come risolveranno un problema e quale sarà la loro prossima avventura.
In un certo senso, chi scrive continua a giocare come faceva da bambino.
Con una differenza: adesso possiede anche l'esperienza degli anni vissuti, i ricordi, le delusioni, le conoscenze e le emozioni accumulate nel tempo.
Ed è proprio questa combinazione tra fantasia ed esperienza a rendere interessanti tanti racconti scritti in età adulta.
Non occorre essere scrittori professionisti. Non serve pubblicare un libro o conquistare migliaia di lettori.
Si può inventare una storia anche soltanto per il piacere di farlo.
Perché il valore della fantasia non si misura necessariamente con il successo, ma anche con la soddisfazione che riesce a regalarci.
Leggere è bello, ma inventare è un'altra avventura
Oggi abbiamo a disposizione una quantità quasi infinita di intrattenimento.
Film, serie televisive, video, social network, videogiochi e contenuti di ogni genere ci accompagnano durante la giornata.
Possiamo guardare storie dalla mattina alla sera senza inventarne nemmeno una.
Non significa che questi strumenti siano negativi. Un buon film o un bel libro possono stimolare moltissimo l'immaginazione.
Ma esiste una differenza tra ricevere continuamente contenuti e provare a crearne qualcuno.
Quando inventiamo una storia dobbiamo scegliere.
Dove si svolge? Chi sono i protagonisti? Che cosa desiderano? Quale ostacolo incontreranno? Come riusciranno a superarlo?
La mente non si limita a seguire un percorso già preparato: deve costruirne uno.
E non importa se la storia è assurda, divertente, improbabile o completamente impossibile.
Per una volta possiamo concederci il lusso di non dover dimostrare niente a nessuno.
Anche l'intelligenza artificiale può aiutare la fantasia?
È una domanda interessante, soprattutto oggi.
L'intelligenza artificiale può suggerire idee, aiutare a organizzare una trama, proporre dialoghi o trovare soluzioni narrative che non avevamo considerato.
Ma esiste una differenza fondamentale tra farsi aiutare e rinunciare a immaginare.
Se chiediamo a una macchina di inventare tutto e ci limitiamo a leggere il risultato, rischiamo di diventare semplici spettatori.
Se invece siamo noi a scegliere i personaggi, decidere gli avvenimenti, modificare le situazioni e guidare il racconto, la tecnologia può diventare uno strumento creativo.
Un po' come una penna più sofisticata.
La penna non inventa la storia al posto dello scrittore. Gli permette di raccontarla.
La tecnologia dovrebbe ampliare la nostra immaginazione, non sostituire il desiderio di usarla.
La fantasia si può allenare a qualsiasi età
Non esiste un'età oltre la quale sia proibito inventare.
Si può cominciare a dieci anni, a quaranta, a sessanta oppure a ottanta.
Non occorrono strumenti particolari e nemmeno molto tempo.
Provate, per esempio, a osservare una vecchia fotografia e immaginare che cosa sia successo cinque minuti prima dello scatto.
Oppure scegliete un oggetto qualsiasi della vostra casa e inventate la storia delle persone che potrebbero averlo posseduto cento anni fa.
Immaginate di poter tornare indietro nel tempo per un solo giorno. Dove andreste? Chi vorreste incontrare? Che cosa cerchereste di cambiare?
O ancora: come sarà il vostro paese tra trecento anni?
Forse non nascerà un grande romanzo. Forse soltanto una piccola storia di poche righe.
Ma avrete fatto qualcosa di importante: avrete acceso la curiosità.
E quando una persona continua a essere curiosa, ha ancora moltissime domande da porsi.
La fantasia non cancella i problemi, ma cambia il modo di affrontare le giornate
Naturalmente non possiamo vivere soltanto di racconti.
Le difficoltà quotidiane rimangono. Le bollette devono essere pagate, la salute va curata, gli impegni rispettati e i problemi affrontati.
Nessuna favola può sostituire tutto questo.
Ma perché dovremmo rinunciare anche al piacere di immaginare?
La vita non dovrebbe essere composta esclusivamente da obblighi e preoccupazioni.
Abbiamo bisogno anche di momenti gratuiti, nei quali fare qualcosa semplicemente perché ci piace.
Coltivare un fiore, ascoltare musica, dipingere, leggere, scrivere o inventare un'avventura.
Non tutte le attività devono produrre denaro. Non tutto deve essere utile in senso economico.
Qualche volta il risultato più importante è arrivare alla sera e poter dire: «Oggi mi sono divertito a creare qualcosa».
Conclusione: finché immaginiamo, abbiamo ancora qualcosa da scoprire
Forse uno degli errori più comuni è pensare che, raggiunta una certa età, non ci sia più molto da inventare.
Come se tutte le esperienze interessanti appartenessero al passato e il futuro dovesse limitarsi a ripetere il presente.
Ma chi lo ha stabilito?
Possiamo aver visitato cento città e immaginarne una che non esiste. Possiamo conoscere perfettamente la storia di un paese e inventare un personaggio che attraversi i suoi secoli.
Possiamo perfino immaginare un viaggio tra le stelle, senza muoverci dalla nostra poltrona.
Non è necessario credere che quelle avventure siano vere.
È sufficiente provare piacere nel raccontarle.
La fantasia non ci rende immortali e non impedisce al tempo di passare. Ma può aiutarci a evitare che tutte le nostre giornate diventino uguali.
Perché esiste una differenza enorme tra trascorrere il tempo e riempirlo di qualcosa che ci appassiona.
E allora continuiamo a leggere favole, inventare racconti, costruire mondi impossibili e far viaggiare la mente.
Non importa quanti anni abbiamo.
Non importa se qualcuno ci considera troppo grandi per certe fantasie.
Non importa nemmeno se le nostre storie non diventeranno mai famose.
L'importante è non perdere quella piccola scintilla che da bambini ci permetteva di trasformare una scatola di cartone in un castello.
Perché forse il giorno in cui smetteremo completamente di immaginare non sarà quello in cui diventeremo adulti.
Sarà semplicemente il giorno in cui avremo smesso di concederci il piacere di meravigliarci.











