Borghi quasi vuoti, un problema o una nuova possibilità per il Molise?
Ci sono paesi del Molise nei quali, soprattutto d’inverno, si può attraversare il centro storico senza incontrare quasi nessuno. Case chiuse, finestre con le persiane abbassate, negozi scomparsi e strade nelle quali il silenzio ha preso il posto delle voci. Poi arriva agosto e qualcosa cambia: tornano le famiglie emigrate, si riaprono le abitazioni, le piazze si riempiono e per qualche settimana sembra che il paese sia tornato quello di una volta.
Lo spopolamento dei piccoli comuni molisani è certamente un problema, ma potrebbe essere anche l'occasione per immaginare un modo diverso di vivere questi territori. La domanda, quindi, non è soltanto come riportare indietro ciò che abbiamo perso, ma cosa possiamo costruire con quello che è rimasto.
Quando un paese perde abitanti
Un paese non muore semplicemente perché diminuisce il numero dei residenti. Il vero pericolo arriva quando, insieme agli abitanti, cominciano a scomparire i servizi. Chiude il negozio di alimentari perché non ha abbastanza clienti, poi magari chiude il bar, diminuiscono i bambini e la scuola diventa difficile da mantenere. Mancano medici, trasporti e attività commerciali. A quel punto anche chi vorrebbe restare comincia a chiedersi se ne valga davvero la pena.
È un meccanismo difficile da interrompere: meno persone significano meno servizi e meno servizi rendono il paese ancora meno attraente per chi potrebbe viverci.
Ma quelle case vuote sono davvero inutili?
Guardando un borgo quasi disabitato si vedono soprattutto porte chiuse. Eppure dietro quelle porte esiste un patrimonio enorme: abitazioni, cantine, piccoli orti, botteghe, edifici in pietra e spazi che nelle grandi città avrebbero valori economici molto diversi.
Molte case hanno bisogno di essere ristrutturate, naturalmente. Altre appartengono a famiglie che vivono lontano e vengono utilizzate soltanto poche settimane all'anno. Ma proprio questo patrimonio potrebbe diventare una delle risorse del Molise del futuro.
La possibilità di lavorare da un piccolo paese
Una volta vivere lontano da una grande città significava spesso essere lontani anche dal lavoro. Oggi non è necessariamente così. Per alcune professioni basta un computer, una buona connessione Internet e uno spazio tranquillo.
Questo non significa che improvvisamente migliaia di persone sceglieranno di trasferirsi nei nostri borghi. Sarebbe poco realistico pensarlo. Ma anche poche nuove famiglie, qualche professionista o alcune persone che decidessero di trascorrere diversi mesi all'anno in un piccolo comune potrebbero fare una differenza enorme in un paese di poche centinaia di abitanti.
Il Molise potrebbe offrire ciò che altrove manca
Le grandi città offrono lavoro, università, ospedali, trasporti e servizi che un piccolo paese non potrà mai replicare completamente. Sarebbe inutile fingere il contrario.
Ma un borgo molisano possiede altre caratteristiche: spazi più ampi, natura vicina, poco traffico, rapporti umani più diretti, ritmi meno frenetici e spesso costi delle abitazioni inferiori rispetto alle grandi aree urbane.
Non sono vantaggi adatti a tutti. Per qualcuno il silenzio può essere tranquillità, per un altro isolamento. La stessa distanza dalla città può essere libertà per una persona e un problema enorme per un'altra. È proprio per questo che non bisogna immaginare un unico modello.
Turismo sì, ma non soltanto turismo
Quando si parla di recuperare i borghi la prima parola che compare quasi sempre è turismo. Alberghi diffusi, case vacanza, percorsi naturalistici, ristorazione e prodotti tipici possono sicuramente aiutare. Ma un paese non può vivere soltanto aspettando i visitatori del fine settimana.
Un borgo ha bisogno soprattutto di persone che lo utilizzino ogni giorno: qualcuno che compra il pane, beve un caffè, chiama un artigiano, porta avanti una piccola attività o semplicemente accende una luce dietro una finestra anche in una normale sera di febbraio.
Servono collegamenti, non soltanto restauri
Recuperare una facciata è relativamente semplice. Molto più difficile è rendere nuovamente abitabile un territorio.
Una bella casa ristrutturata serve a poco se per qualsiasi necessità bisogna percorrere decine di chilometri. Per questo il futuro dei piccoli centri passa anche attraverso strade efficienti, trasporto pubblico, connessioni Internet affidabili, assistenza sanitaria accessibile e servizi condivisi tra comuni vicini.
Non è necessario avere tutto in ogni paese. Probabilmente sarebbe impossibile. Bisogna però poter raggiungere facilmente ciò che manca.
E se smettessimo di voler tornare al passato?
Forse questo è il punto più difficile da accettare. Molti paesi molisani probabilmente non torneranno mai ad avere la popolazione di cinquanta o cento anni fa. Le famiglie sono più piccole, molti lavori sono scomparsi e la società è cambiata.
Continuare a immaginare come unico obiettivo il ritorno al passato rischia quindi di farci perdere tempo. La vera sfida potrebbe essere costruire piccoli paesi diversi: meno popolosi, ma ancora vivi.
Un borgo di trecento abitanti non deve necessariamente diventare nuovamente un paese di mille persone per avere un futuro. Deve però riuscire a garantire a quei trecento abitanti una vita dignitosa e, soprattutto, permettere a qualcuno di scegliere liberamente di diventare il trecentounesimo.
Le seconde case potrebbero diventare prime case
Molti molisani che vivono a Roma, Napoli, Milano o all'estero conservano ancora una casa nel paese d'origine. Oggi magari viene aperta soltanto durante l'estate. Domani, con il lavoro a distanza o con l'arrivo della pensione, quella stessa abitazione potrebbe essere utilizzata per periodi molto più lunghi.
Anche questo sarebbe un ritorno importante. Non necessariamente definitivo e non necessariamente per dodici mesi all'anno. Un paese può vivere anche grazie a persone che lo abitano per sei o otto mesi, consumano, partecipano alla comunità e mantengono le case.
Il rischio della trasformazione in museo
C'è però un pericolo da evitare: restaurare perfettamente i centri storici e poi lasciarli senza abitanti.
Un borgo bellissimo ma completamente vuoto è quasi un museo all'aperto. Può attirare visitatori e fotografie, ma perde lentamente la propria funzione principale: essere un luogo nel quale qualcuno vive.
La bellezza di un paese non è fatta soltanto dalle pietre antiche. È fatta anche dalla signora che apre la finestra, dal bambino che attraversa la piazza, dal barista che conosce tutti, dall'artigiano che alza la serranda e dalle persone che discutono davanti a una porta.
Forse il Molise ha qualcosa che oggi vale più di ieri
Per decenni vivere in un piccolo paese è stato spesso considerato uno svantaggio. Bisognava andare altrove per studiare, trovare lavoro o costruire una carriera. Molti sono partiti proprio per questo.
Ma alcune caratteristiche che un tempo sembravano limiti oggi possono assumere un valore diverso. Spazio, tranquillità, natura, aria pulita, assenza di traffico e comunità di dimensioni umane sono diventati beni sempre più ricercati.
Naturalmente non basta possederli. Bisogna renderli compatibili con la vita contemporanea.
Un problema oppure una possibilità?
Lo spopolamento resta uno dei problemi più seri del Molise e sarebbe sbagliato trasformarlo romanticamente in un vantaggio. Quando un paese perde giovani, attività e servizi perde anche una parte della propria capacità di costruire il futuro.
Ma proprio perché il vecchio modello non funziona più, i borghi possono diventare luoghi nei quali sperimentare qualcosa di nuovo: lavoro a distanza, servizi condivisi, recupero delle abitazioni inutilizzate, turismo lento, piccole attività artigianali, agricoltura di qualità e nuove forme di comunità.
Forse il futuro del Molise non sarà quello di riempire nuovamente tutti i paesi come erano una volta.
Potrebbe essere qualcosa di più semplice e realistico: evitare che diventino completamente vuoti.
E magari un giorno qualcuno, passando davanti a una casa chiusa da trent'anni, invece di pensare “qui non vive più nessuno”, potrebbe pensare:
“Qui potrei vivere io.”











