Il Molise tra 50 anni: quali paesi esisteranno ancora?
Il Molise del 2076: un futuro che comincia oggi
Immaginiamo di svegliarci una mattina del 2076. Sono trascorsi cinquant'anni e il Molise è ancora lì, con le sue montagne, i suoi boschi, le sue vallate e il mare Adriatico. Ma quanti dei paesi che conosciamo oggi saranno ancora abitati? Quante scuole avranno ancora bambini? Quante piazze continueranno a riempirsi la domenica mattina?
La domanda non è soltanto provocatoria. Il Molise convive da decenni con una progressiva diminuzione della popolazione, con l'invecchiamento degli abitanti e con la partenza di molti giovani. Non è un destino inevitabile, ma è una tendenza che, se non cambierà, potrebbe trasformare profondamente la regione.
Nel 2076 i confini dei comuni potrebbero essere ancora gli stessi, ma la vita al loro interno potrebbe essere completamente diversa. Perché un paese può continuare a esistere sulle carte geografiche e, nello stesso tempo, perdere quasi tutto ciò che lo rende una comunità.
I piccoli borghi: i più esposti allo spopolamento
I paesi più piccoli, soprattutto quelli montani e lontani dai principali collegamenti, potrebbero affrontare le difficoltà maggiori. Non necessariamente perché siano meno belli o meno interessanti, ma perché mantenere una comunità richiede servizi, opportunità di lavoro e nuove generazioni.
Pensiamo a realtà come Castelverrino, Provvidenti, San Biase, Morrone del Sannio o Sant'Angelo del Pesco. Sono luoghi diversi tra loro, ricchi di storia e identità, ma rappresentano bene una domanda che riguarda molti piccoli comuni molisani: come garantire continuità alla popolazione quando le nascite sono poche e i giovani cercano altrove il proprio futuro?
Non sarebbe corretto affermare che questi paesi scompariranno. Nessuno può prevedere con certezza la situazione demografica di un singolo comune tra cinquant'anni. Tuttavia, senza un'inversione delle tendenze, alcuni centri potrebbero ritrovarsi con pochissimi residenti stabili, case utilizzate soltanto durante l'estate e servizi concentrati nei comuni vicini.
Il rischio più grande non è vedere crollare le abitazioni, ma vedere scomparire la vita quotidiana: il negozio che chiude, il medico che non arriva più, la scuola che non riapre, la piazza dove non si incontrano più bambini.
Isernia, Campobasso e Termoli: le città resisteranno?
Le principali città molisane hanno maggiori possibilità di conservare un ruolo centrale. Campobasso, Isernia e Termoli concentrano funzioni amministrative, attività economiche, servizi sanitari, scuole e collegamenti che possono attirare popolazione dai centri più piccoli.
Ma resistere non significa necessariamente crescere. Anche le città potrebbero perdere abitanti, soprattutto se il territorio regionale non riuscirà a offrire occupazione qualificata e condizioni favorevoli alle famiglie.
Termoli potrebbe continuare a beneficiare della posizione costiera, del turismo e delle attività produttive. Campobasso potrebbe rafforzare il proprio ruolo nei servizi e nella formazione. Isernia potrebbe puntare sulla qualità della vita, sulla posizione geografica e sulla valorizzazione del patrimonio storico e ambientale.
Queste sono possibilità, non certezze. Molto dipenderà dalle infrastrutture, dalle imprese, dalle scelte politiche e soprattutto dalla capacità di convincere le nuove generazioni a costruire il proprio futuro in Molise.
I paesi che potrebbero sorprendere
Non è detto che il futuro favorisca soltanto i centri più grandi. Alcuni piccoli paesi potrebbero trovare nuove opportunità proprio nelle caratteristiche che oggi sembrano renderli marginali.
Capracotta, per esempio, possiede un'identità montana riconoscibile e un patrimonio naturale che potrebbe diventare ancora più importante in un clima che cambia. Agnone può contare sulle tradizioni artigianali, sulla storia e su un patrimonio culturale particolare. Frosolone potrebbe valorizzare ulteriormente le proprie lavorazioni tradizionali e il territorio circostante.
Paesi come Pietrabbondante, Sepino e Scapoli potrebbero rafforzare il legame tra patrimonio storico, turismo culturale e nuove forme di ospitalità. Altri borghi, oggi meno conosciuti, potrebbero attirare residenti interessati a una vita più tranquilla, purché siano disponibili abitazioni, servizi e collegamenti efficienti.
Ma il turismo, da solo, non basta a salvare un paese. Un borgo con migliaia di visitatori in agosto e poche decine di abitanti durante l'inverno resta una comunità fragile. La vera rinascita comincia quando qualcuno decide di viverci tutto l'anno.
La tecnologia potrebbe cambiare le regole
Nel 2076 il lavoro potrebbe essere molto diverso da quello che conosciamo. Intelligenza artificiale, robotica, telemedicina, servizi digitali e nuove forme di mobilità potrebbero ridurre alcuni degli svantaggi legati alla distanza dalle città.
Immaginiamo un professionista che lavori da un'abitazione a Carovilli, un medico che segua a distanza un paziente a Roccamandolfi o un piccolo laboratorio artigianale di Bagnoli del Trigno che venda i propri prodotti in tutto il mondo grazie a sistemi automatizzati.
Non è impossibile. Ma la tecnologia non sostituisce tutto. Un bambino ha bisogno di altri bambini, una persona anziana ha bisogno anche di assistenza fisica e una comunità ha bisogno di relazioni umane, non soltanto di connessioni Internet.
Il futuro dei borghi dipenderà quindi dalla capacità di utilizzare la tecnologia per avvicinare le persone, non per giustificare la scomparsa dei servizi essenziali.
Il clima del 2076: una nuova geografia del Molise?
Un altro elemento potrebbe modificare il destino dei paesi: il cambiamento climatico. Estati più calde, periodi di siccità e precipitazioni intense potrebbero influenzare agricoltura, disponibilità d'acqua, turismo e sicurezza del territorio.
Alcune località montane potrebbero diventare più attraenti durante l'estate, grazie a temperature relativamente più miti rispetto alle aree urbane e costiere. Tuttavia, le montagne dovranno affrontare anche problemi legati alla disponibilità idrica, agli incendi, agli eventi meteorologici estremi e alla minore affidabilità delle nevicate.
La costa potrebbe continuare a richiamare residenti e visitatori, ma dovrà confrontarsi con l'erosione, l'innalzamento del livello del mare e le trasformazioni ambientali.
Nel Molise del 2076, dunque, non sarà sufficiente chiedersi dove sia più bello vivere. Bisognerà capire dove sarà possibile vivere bene, in sicurezza e con servizi adeguati.
Case vuote e paesi abitati soltanto d'estate
Uno degli scenari possibili è quello di un Molise diviso tra centri abitati stabilmente e paesi che si ripopolano soltanto durante le vacanze.
Molte abitazioni potrebbero rimanere nelle mani dei discendenti degli emigrati, utilizzate poche settimane all'anno. Le feste patronali potrebbero continuare a richiamare centinaia di persone, mentre durante l'inverno le strade tornerebbero quasi deserte.
Un paese così non sarebbe completamente morto, ma avrebbe perso una parte importante della propria funzione originaria. Le tradizioni continuerebbero a esistere, ma rischierebbero di trasformarsi in ricordi periodici anziché in abitudini quotidiane.
Eppure, quelle stesse case potrebbero rappresentare una risorsa. Recuperare gli immobili inutilizzati, favorire affitti accessibili e attirare nuovi residenti potrebbe essere una strada concreta, soprattutto se accompagnata da servizi e opportunità economiche.
E se arrivassero nuovi abitanti?
Quando si parla di spopolamento si pensa spesso soltanto ai giovani che partono. Ma il futuro potrebbe dipendere anche da chi decide di arrivare.
Famiglie provenienti da altre regioni, cittadini stranieri, lavoratori da remoto e persone desiderose di cambiare stile di vita potrebbero contribuire a mantenere vive alcune comunità molisane.
Naturalmente, non basta offrire una casa a basso prezzo. Servono lavoro, trasporti, scuole, assistenza sanitaria e un ambiente capace di accogliere chi arriva.
Un paese non deve necessariamente conservare gli stessi cognomi e le stesse famiglie per continuare a esistere. Può cambiare popolazione, accogliere nuove culture e mantenere comunque la propria identità. La storia dei territori, del resto, è sempre stata fatta anche di partenze e arrivi.
Che cosa possiamo fare nei prossimi cinquant'anni?
Il futuro non si costruisce con una sola iniziativa e nemmeno con qualche finanziamento occasionale. Per mantenere vivi i paesi occorre una strategia che duri decenni.
Servono collegamenti affidabili, servizi sanitari raggiungibili, scuole organizzate sul territorio, reti digitali efficienti, sostegno alle imprese e politiche abitative capaci di riportare persone nelle case inutilizzate.
Bisogna anche accettare che non tutti i comuni potranno avere ogni servizio al proprio interno. Collaborare tra paesi vicini potrebbe diventare indispensabile, senza cancellare necessariamente le identità locali.
La vera sfida sarà distinguere ciò che può essere condiviso da ciò che non deve andare perduto: le tradizioni, i luoghi di incontro, la memoria e soprattutto il senso di appartenenza.
2076: un bambino torna nella piazza del paese
Proviamo a immaginare un'ultima scena. È una mattina d'ottobre del 2076. In un piccolo paese del Molise, un uomo anziano è seduto su una panchina. Davanti a lui ci sono case restaurate, alcune finestre chiuse e una fontana che continua a far scorrere l'acqua.
Per anni quella piazza è rimasta quasi deserta. Poi, da una strada laterale, arriva un bambino con uno zaino sulle spalle. Saluta l'anziano, attraversa la piazza e raggiunge altri bambini che lo aspettano.
Non importa se siano cinque, dieci o venti. Quello che conta è che ci siano.
Forse il Molise del 2076 avrà meno abitanti di oggi. Forse alcuni paesi saranno diventati luoghi di villeggiatura e altri avranno trovato una nuova funzione. Forse qualcuno sorprenderà tutti, tornando a crescere dopo decenni di declino.
Non possiamo sapere quali paesi riusciranno a invertire la tendenza. Possiamo però decidere, già da oggi, di non considerare inevitabile la loro scomparsa.











