Ci piace pensare di saper distinguere una persona buona da una cattiva. Nella nostra immaginazione il bene ha un volto rassicurante, mentre il male dovrebbe presentarsi con qualche segnale evidente. Peccato che nella vita reale non funzioni quasi mai così. Chi ci vuole bene può contrariarci, chi ci danneggia può sorriderci e chi ci dice ciò che desideriamo sentirci dire non necessariamente sta facendo il nostro interesse.
Terra, acqua, aria e fuoco. Per secoli ci hanno insegnato che tutto ciò che esiste nasce dall’unione di questi quattro elementi. È un’idea semplice, affascinante e quasi perfetta. Ma c’è un piccolo problema: scientificamente, oggi sappiamo che le cose sono molto più complicate.
Fare il bucato sembra una delle cose più semplici del mondo: si riempie la lavatrice, si mette il detersivo, si sceglie un programma e si aspetta. Eppure proprio nelle operazioni più abituali nascono spesso gli errori: troppo detersivo, temperatura sbagliata, capi mescolati senza criterio, lavatrice troppo piena e, alla fine, vestiti che non profumano, colori che perdono brillantezza o tessuti che diventano ruvidi.
Tra fantasia e realtà esiste un confine strano. A volte è netto, altre volte quasi invisibile. Ci svegliamo la mattina con i problemi veri, le bollette vere, gli impegni veri e magari anche qualche dolore vero. Poi basta un pensiero, una battuta, un ricordo o una piccola immaginazione e per qualche minuto tutto cambia. La realtà resta esattamente dov'è, ma noi la guardiamo in maniera diversa.
Le favole sono nate molto prima della televisione, dei social network e dei telefonini. Per secoli hanno insegnato ai bambini, ma spesso anche agli adulti, a distinguere il bene dal male, la prudenza dall'imprudenza, la generosità dall'egoismo. Oggi però viviamo in un mondo completamente diverso. Viene quindi spontaneo chiedersi: una favola moderna riesce a educare più di una favola antica?
Dire che siamo tutti falsi forse è esagerato, ma una cosa è certa: nessuno mostra sempre tutto di sé. Ogni giorno scegliamo cosa dire, cosa tacere, cosa addolcire e perfino cosa raccontare in modo diverso da come è realmente accaduto. A volte lo facciamo per educazione, altre per paura, altre ancora per convenienza. E allora nasce una domanda semplice solo in apparenza: se ognuno racconta la propria versione, come facciamo a sapere qual è la verità?
Dimenticare è una delle cose più strane che fa la nostra mente. A volte vorremmo ricordare e non ci riusciamo, altre volte vorremmo cancellare qualcosa e invece quel ricordo continua a tornare. Poi esiste una terza possibilità, forse ancora più complicata: diciamo di aver dimenticato, ma in realtà abbiamo soltanto deciso di mettere una cosa da parte.
Viviamo in un'epoca curiosa. Abbiamo più possibilità rispetto al passato, più tecnologia, più comodità, più oggetti, più informazioni e più occasioni per confrontarci con gli altri. Eppure spesso abbiamo la sensazione che non basti mai nulla. Una casa potrebbe essere più grande, l'automobile più nuova, il telefono più potente, lo stipendio più alto, le vacanze più lunghe. Anche quando raggiungiamo qualcosa, dopo poco compare un nuovo desiderio. E allora viene spontanea una domanda: accontentarsi di poco, magari soltanto del minimo necessario, potrebbe bastarci?
Se potessimo prendere una persona vissuta nel Medioevo e portarla improvvisamente nel nostro tempo, probabilmente penserebbe di essere arrivata in un mondo impossibile. Vedrebbe città illuminate durante la notte, automobili, aerei, ospedali, telefoni capaci di comunicare con ogni parte del pianeta, acqua corrente nelle case e supermercati pieni di prodotti provenienti da continenti lontani. Dal punto di vista della vita umana, molte cose sono indubbiamente migliorate. Ma se fosse invece la Terra a poter parlare, forse il suo giudizio sarebbe molto più complicato.
Una volta, per partire, bastavano una macchina, una destinazione e una grande carta stradale piegata male nel cruscotto. Oggi basta prendere il telefonino, scrivere il nome del luogo e una voce ci dice dove girare, quanti chilometri mancano e perfino dove c'è traffico. Sembra quindi che le vecchie mappe cartacee siano diventate inutili. Ma è davvero così? Non proprio. Carta e smartphone hanno entrambi vantaggi e difetti e, soprattutto quando si viaggia in montagna, nei boschi o nei piccoli paesi, la vecchia mappa può ancora avere qualcosa da insegnarci.
Provare a immaginare il mondo tra duecento anni è quasi impossibile. Se una persona vissuta nel 1826 fosse comparsa improvvisamente nel nostro presente, probabilmente avrebbe pensato di essere finita dentro una favola: automobili, aerei, telefoni che parlano, immagini che arrivano da qualsiasi parte del mondo, medici capaci di vedere dentro il corpo umano, macchine che rispondono alle domande e persone che comunicano da un continente all'altro in pochi secondi.
Da migliaia di anni l’uomo guarda il cielo cercando risposte. Prima ancora di avere telescopi, satelliti e strumenti scientifici, osservava il Sole, la Luna e le stelle cercando di capire non soltanto il tempo, le stagioni e i raccolti, ma anche il proprio destino. È probabilmente da questa antichissima curiosità che nasce una delle tradizioni più resistenti della nostra cultura: l’oroscopo.
Quando pensiamo a una lente immaginiamo quasi sempre la luce visibile: quella che attraversa gli occhiali, una macchina fotografica, un binocolo o il nostro stesso occhio. Ma la luce visibile è soltanto una piccola parte dello spettro elettromagnetico. Poco oltre il rosso comincia infatti l'infrarosso, una radiazione che i nostri occhi non riescono a vedere ma che può attraversare, essere deviata, riflessa o assorbita proprio come la luce normale.
“In vino veritas”, nel vino c’è la verità. È una frase antica che continuiamo a usare ancora oggi, soprattutto quando qualcuno, dopo qualche bicchiere di troppo, comincia a parlare più liberamente del solito. Ma siamo davvero sicuri che ciò che diciamo da ubriachi sia la nostra verità più profonda? E soprattutto: dire tutto quello che passa per la testa sotto l’effetto dell’alcol può diventare pericoloso?
Ci sono giorni in cui ci svegliamo già con la testa piena: bollette da pagare, telefonate da fare, piccoli guasti, appuntamenti, pensieri, problemi veri e problemi che forse diventano grandi solo perché continuiamo a pensarci. E allora viene spontanea una domanda semplice: è possibile avere almeno un giorno solo di allegria, senza problemi?
Guardandoci intorno viene spontanea una domanda: perché alcune persone sembrano capire tutto al volo mentre altre fanno fatica anche davanti alle cose più semplici? E soprattutto, intelligenza e stupidità sono davvero due mondi separati oppure convivono, in misura diversa, dentro ciascuno di noi?
La fisica ci accompagna in ogni momento della giornata, anche quando non ce ne accorgiamo. È nella gravità che ci tiene con i piedi per terra, nel calore del sole, nell'acqua che bolle, nell'aria che respiriamo, nella corrente elettrica che accende una lampadina e perfino nel telefono che teniamo in mano.
Una domenica di fine agosto ha qualcosa di particolare: l'estate è ancora lì, il caldo non è scomparso, ma nell'aria comincia a sentirsi che qualcosa sta cambiando.
Le Favole del Regno del Molise sono cultura o fantasy? La risposta più semplice sarebbe: tutte e due. Ma forse sarebbe ancora più corretto dire che sono un viaggio nella fantasia che utilizza la storia, i luoghi e le tradizioni del Molise per raccontare qualcosa di nuovo.
La realtà ci mette davanti a ciò che esiste. La verità ci obbliga a guardarlo. Eppure, nonostante delusioni, paure e giornate storte, ogni mattina troviamo ancora un motivo per alzarci. Forse quel motivo ha un nome molto semplice: speranza.
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